Il terrore del fondale marino…

Io sono originaria di Manfredonia.Cercate in Google images e scoprirete che è la porta del Gargano, ed ha delle spiagge meravigliose.

Però.

Mio padre, mica ci portava nelle spiagge meravigliose.

No.

Lui ci portava al convento dei monaci. Sotto la fabbrica dell’enichem. 

Questo preambolo perché mi sono ricordata una mega figurimmmacs dovuta ai traumi infantili.

Non la pubblico solo su macs, perché spero che tutti i miei cugini ed amici, si ritrovino nel mio racconto…

Questo posto, indubbiamente isolato, era, appunto, sotto un convento.

Parcheggiavi in culo al mondo, e, sotto al sole, dovevi insinuarti nei rovi pungenti, e scendere una scaletta ricavata dai malati di mente che, come babbo, amavano quella spiaggia. 

Scendevi questa parete con le tappine da spiaggia, spesso carica di ombrellone, sedie, asciugamani, due augurie acquistate all’angolo della strada, i pomodori (si. Dovevamo mangiare anche i pomodori. In spiaggia.), borsa con dentro quel gioco a cui non ho mai potuto giocare, composto da una specie di palla da rugby bucata al centro in cui scorrevano delle corde e delle maniglie e dovevi far scorrere la palla, ma non appena lo compravi le corde di ingarbugliavano ed era impossibile giocarci, due costumi di ricambio, le bottiglie vuote da riempire nell’acqua sorgiva (non dimenticate che eravamo sotto l’enichem), due contenitori per i ricci di mare e i cannolicchi che avremmo raccolto, il cannocchiale (non lo so perché. Dovevamo portarlo. Con tanto di minaccia “non sia mai lo rompi), ed altri ammenicoli vari.

Da portare solo noi bimbi. Gli adulti ci cazziavano e basta se cadevamo.

Loro solitamente avevano sotto ad un braccio una settimana enigmistica.

Tutto questo, per stare dalle 10 alle 12. Poi, sempre noi più piccoli, alle 12 dovevamo tornare su, con tutto, ed andare ad aprire i finestrini delle auto nel cui interno c’erano satana e belzebù che ci aspettavano, e stare attenti che non ci fottessero quelle macchine (dimmmerda) con il vano dell’autoradio al cui interno babbo metteva una spugna per far vedere che non c’era, appunto, l’autoradio.

Loro salivano alle 13.

Scusate se mi sono dilungata, però sappiate che solo l’anno scorso ho scoperto che quella spiaggia era vietata per la balneazione a causa dell’enichem, appunto.

Babbo ha 78 anni, tutti i denti e tutti i capelli castani, ed ogni giorno fa 20 km di bici. Sarà per le radiazioni. Non ci sono altre spiegazioni, cazzo.

In ogni caso, per quanto vi fosse una spiaggia cristallina, ai lati c’erano rocce, in cui si nascondevano i famigerati ciucci di mare, ovvero dei mostri mollicci sui quali, se mettevi il piede, spruzzavano una roba violacea e restavi zoppo per tutto il resto dell’estate. Da qui, ho sviluppato la fobia del fondo marino. Quando vado in acqua, o ci deve essere sabbia, o non poggio i piedi. 

Per questo, preferisco la piscina.

Un giorno, ero, appunto, in una piscina, rilassata. Avevo messo il libro su un salvagente sul bordo per non farlo bagnare. La piscina era bassa ed ero stesa all’indietro.

Eravamo tutti, rilassati. Tutti. Non si sentiva un rumore, a parte lo sfogliare delle pagine ed il ciac ciac dell’acqua.

Ad un certo punto, il mio piede tocca qualcosa di viscido. Immaginate. Stavo per affogare, gridando, in venti cm di acqua, il libro sul salvagente nell’acqua con me ed io che continuo gridare esageratamente. 

Tutte le persone in acqua non sanno se venire ad aiutarmi o scappare il più lontano possibile e naturalmente io, sempre troppo tardi, mi accorgo che il piede era andato in un bocchettone dell’idromassaggio. 

Per non far capire che sono completamente pazza, dico “scusate; credevo fosse una medusa!”.

Guardando le facce dei villeggianti, forse, era meglio se stavo zitta…

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